16 Dicembre 2020
Tabacco, con Philip Morris cresce la filiera Made in Italy 

Innovazione, sostenibilità e qualità per un'eccellenza tutta tricolore

Intervista a Alberto Mantovanelli, imprenditore veneto presidente dell'Opit

 

2010, l’anno della crisi. Per il tabacco inizia un periodo difficilissimo che  porta  Alberto Mantovanelli, coltivatore veronese e attuale presidente  di Opit (Organizzazione produttori italiano tabacco) a rivedere le scelte aziendali. Mantovanelli rappresenta la terza generazione di coltivatori impegnati nella produzione di tabacco. I genitori avevano affiancato anche la coltivazione di orticole, poi la decisione di reinvestire sul Virgina Bright. “Un passo lungo quanto la gamba - spiega Mantovani  - con la realizzazione di un forno per curare il tabacco” Fino al 2010 tutto funziona, i cento ettari investiti a Virginia Bright e la stalla di bovini da carne.

Poi la crisi del tabacco sempre più difficile, la scelta di puntare su un digestore per recuperare le deiezioni degli allevamenti della propria azienda e di quelle limitrofe e la realizzazione di un impianto a biogas da 1 megawatt. Ma il tabacco era nel Dna di Mantovanelli. La svolta è arrivata grazie all’accordo firmato  tra la Coldiretti e Philip Morris.

Cosa è cambiato per la sua azienda?

“Abbiamo subito colto l’opportunità di rilanciare la produzione di Virgina Bright in un sistema regolamentato e in grado di offrire prospettive. E soprattutto di  proseguire sulla strada dell’economia circolare. Dal digestore siamo passati alla realizzazione di un impianto di teleriscaldamento per curare il tabacco. Investimenti realizzati  grazie al Piano di sviluppo rurale e al sostegno di Philip Morris”.

Una svolta tecnologica nel segno della sostenibilità dunque?

“Certo, è stato un cambiamento di grande portata. Oltre al teleriscaldamento sono state  adottate tecnologie finalizzate al risparmio idrico e a quello di agrofarmaci”.

Meno uso dunque di prodotti chimici?

“Assolutamente. Operiamo rispettando rigidi disciplinari dettati dalla multinazionale. Le regole di Philip Morris in termini di impiego di agrofarmaci  sono infatti molto più rigide rispetto a quelle previste dalla normativa nazionale e regionale. Philip Morris infatti promuove l’utilizzo di molecole aventi profilo tossicologico favorevole non ammettendo l’impiego di molecole classificate come HHP e comunque aventi livello di tossicità 1 secondo la classifica stilata dall’ OMS. La priorità è garantire la qualità del tabacco italiano”.

Tecnologie e regole sono alla base del modello produttivo?

“Il Decision Supporting System è un approccio di gestione delle nostre coltivazioni che si basa sull’utilizzo di modelli previsionali e sistemi di monitoraggio ad alto contenuto tecnologico che consentono di anticipare le possibili problematiche fitosanitarie ottimizzando i tempi di reazione e la quantità di input necessari. Tutto questo è attuato mediante  un supporto tecnologico dedicato, nello specifico una applicazione che consente di avere informazioni dirette  di quello che succede sul campo”.

Un esempio?

“Le nottue, bruchi parassiti, attaccano le foglie e troncano le piante nella prima fase della loro vita. Le nottue agiscono in alcune condizioni. Per questo è importante che trappole e altri supporti decisionali ci indichino il momento giusto per trattare senza danneggiare l'ambiente. Nessun trattamento inutile, se si verifica  il raggiungimento delle cosiddette soglie economiche di  intervento si  interviene. Con ovvi vantaggi  economici  perché si riduce il riscorso a prodotti, che comunque sono costosi per l’azienda, e naturalmente ambientali”.

Altre ricadute?

“Lo stesso discorso  sull’uso degli antiparassitari vale anche per l’acqua. L’irrigazione è misurata sulla base della necessità  idrica  segnalata da una centralina che  fornisce dati sulla piovosità e su come si muove l’acqua nel terreno. In questo modo non si rischia dispersione . Con l’impianto a goccia e di fertirrigazione viene dosato anche il nutriente diluito in vasca e questo consente il rilascio della  giusta dose evitando accumuli di nitrati nel suolo e nella falda”.

Potete contare anche sull’assistenza tecnica?

“La nostra esperienza  viene integrata da agronomi  della nostra associazione che si formano e  si confrontano con gli agronomi di Philip Morris. I tecnici sono sempre presenti per affrontare problematiche e per i monitoraggi in particolare nel periodo da maggio a settembre. Ci sono  continue verifiche in campo  che coinvolgono anche le dinamiche del lavoro. E questo sistema  favorisce un’ottimizzazione nella gestione della coltivazione dell’azienda stessa”.

Sul piano economico quali vantaggi per l’azienda?

“Diciamo che con una mole di investimenti realizzati per affrontare un accordo  così importante abbiamo sostenuto molte spese, ma è  fondamentale  programmare in una prospettiva di lungo termine. E’una opportunità che non sempre viene garantita. L’idea nuova di questo progetto di filiera è la disponibilità di Philip Morris e la condivisione di obiettivi e strategie sostenibili. Quello che aveva portato la mia azienda a ridurre del 50% la produzione di tabacco era la mancanza di certezze. Con  questo accordo si lavora con regole chiare, rigide e nella piena trasparenza.. Non c’è più speculazione sull’annata produttiva, ma un approccio di lungo periodo. Insomma una relazione strutturata”.

Un risultato importante per le imprese agricole che grazie al supporto tecnico e all’aggregazione sono in grado di reggere il passo in un mercato globale dove il piccolo fa fatica a tenere il passo.

“E’ un vero goal che una multinazionale abbia accettato una produzione polverizzata, una conquista. Per noi imprenditori è anche una grande soddisfazione collaborare per realizzare una produzione migliore quale è quella destinata ai prodotti a tabacco riscaldato. E’ importante  poi sapere che il nostro tabacco sia lavorato da aziende manifatturiere italiane. Ci inorgoglisce sentirci in prima linea per offrire al consumatore un prodotto alternativo alle sigarette, ci giochiamo così una carta importante”.

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